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La storia del dollaro e del sistema finanziario americano. Parte 1: "Il maya di moolah" (17.09.07)

Il maya di moolah*

 

    Serbatoi, molluschi, presidenti morti, pasta, dadi, rospi, cavoli, moolah, patate, dorsi verdi, washingtoni, jeffersoni, lincolni, benjamini, hamiltoni, formaggio, pane, insalata, baci sonori … sono tutti i nomignolidel dollaro americano.

 

Premessa

 

L’indice del panino

Sulla pietra miliare della moderna economia mondiale - il dollaro nordamericano – avrei voluto scrivere già due anni fa, subito dopo la raccolta del materiale per «Il Giardino dei sentieri che si convergono» - il nostro calco culturale della U. S. Federal Reserve. Ma continuavo a rimandare dietro l'illusione del “momento ancora non giusto” e addirittura  inopportunità del «attacco» alla Sacra Sacrorum della civiltà del consumismo.

Cambiamento d’umore, abbastanza stranamente, ha causato un articolo apparentemente innocuo, sventolato dai  babbei mass media nazionali: «The Economist ha pubblicato l’annuale «classifica di  Big Mack», che valuta il potere d'acquisto delle monete nazionali sulla base di un solo indicatore: prezzo del famoso hamburger di McDonald's. La differenza tra il prezzo del Big Mack in Russia e gli Stati Uniti in un anno è scesa da 42,9 a 41 %. Di conseguenza, in base a questo indicatore, il cambio di dollaro-rublo dovrebbe essere non 25,67 rubli al dollaro, come è adesso, ma circa 15,5 rubli».

Mi è venuto subito in mente: fino a quale miserabile condizione è arrivata la scienza economica (il suo sistema finanziario) per aggrapparsi a dei riferimenti di paninoteca? Come è degradata la fiducia  negli «affidabili» e «testati da tempo» deflatori del PIL, il paniere di consumo, costo di lavoro non qualificato, le stime del PIL pro capite e indici dei prezzi al consumo per paragonarsi, agli occhi del pubblico disorientato, con l'indice del Big Mack, e ora , dicono, anche del l'iPod?

Dopo una breve riflessione, sono giunto alla conclusione che, dietro l'evidente assurdità di confronto dei prezzi del panino nei diversi paesi (non comparabili costi di produzione, diversi livelli di retribuzione, disparati redditi, diverse congiunture politiche e - soprattutto – non paragonabile politica dei prezzi della società McDonald's in ciascun paese, che da sempre si sintonizza alle realtà locali e cerca di mantenere l’equilibrio  tra i superprofitti e paura di vetrine rotte), si nasconde la disperazione di fronte allo stato attuale del sistema monetario mondiale, malignamente degradato dal denaro di merci verso il denaro di prestiti, e alla fine verso il denaro inflazionale di prestiti.

Sullo sfondo di mancanza di legame patriarcale tra denaro di merci e oro e argento, creata dalla naturale scarsità di metalli preziosi (quali di tanto in tanto non erano sufficienti per mantenere la parità tra il prezzo e il volume di beni/servizi), il principale svantaggio del denaro di prestiti èl’inflazione, causata da emissione incontrollata, quale, pur essendo un motivo di preoccupazione nel passato, non prometteva però un esito fatale.

Anche il denaro di prestiti, questa mostruosa aberrazione della mentalità usuraria, piegando la nostra civiltà come un corno di pecorone nel 18 ° secolo, all’inizio ha cercato di preservare la parvenza di decenza, mantenendo il legame con i grandi equalizzatore (oro e argento) e non contestando la priorità dello Stato e del popolo (in forma di  Parlamento) in questione di monitoraggio delle emissioni.

Poi, con due colpi fulminanti - nel 1913 (creazione della Federal Reserve System) e nel 1933 (decreto del Presidente Roosevelt n.6102 e la conseguente procedura di distruzione della convertibilità tra dollaro e oro) – il  denaro di prestiti si è definitivamente distaccato dalla realtà e, infine, uscito fuori dal controllo. Da quel momento Sua Maestà  Dollaro U.S. ha cominciato di occuparsi esclusivamente di se stesso, immergendo la sottostante economia reale nelle tenebre del maya e soggettività degli indici di paninoteca.

Questo nostro racconto è dedicato quindi alla terribile catabasi dell’unità monetaria degli Stati Uniti d'America.

 

1. Dalle origini fino al 1913

Le ragioni per la scelta del anno 1913 come l’anno della svolta nella storia della moneta americana sono state tutt’altro che emozioni dell’autore, ma un fatto indiscutibile: secondo le stime del Ministero delle Finanze degli Stati Uniti, il costo di beni e servizi nel periodo che va dal 1635 al 1913 è rimasto relativamente invariato, ma dall'inizio della creazione della Federal Reserve (nel 1913), questo valore è aumentato di 25 volte! In altre parole, l'America ha dimostrato la stabilità finanziaria per quasi trecento anni, che - attenzione - sono stati riempiti con i più drammatici sconvolgimenti sociali: la guerra per l'indipendenza, la guerra civile, l’ estrusione della Francia, occupazione del territorio spagnolo, il genocidio delle popolazioni indigene, la febbre d'oro, la rivoluzione industriale e la furiosa Drang nach Westen, segnata dalla costruzione di un’enorme rete ferroviaria e fondazione di innumerevoli nuove città.

Nel ventesimo secolo sul territorio degli Stati Uniti regnava la pace, mentre le guerre, che hanno devastato gli altri continenti, hanno assicurato all’ «avamposto della democrazia» la crescita economica senza precedenti. E con questo, tuttavia, ha avuto luogo non tanto una devastante svalutazione della moneta americana, ma la sua trasformazione in un'effimera, imprendibile, surreale entità alla base di nulla, legata a niente, garantita da niente, e come se non bastasse, sotto il controllo di NON SI SA CHI. Una svolta veramente imprevedibile, non è vero?

Dietro la palese svalutazione del denaro e forzata virtualizzazione delle relazioni finanziarie si nasconde pur tragica, ma banalissima metamorfosi sociale: si tratta della transizione incondizionata dell’autorità di controllo nel mondodal capitale produttivoal capitale bancario. Ed è qui che inizia la parte più interessante. In quanto il capitale delle banche, così come lo conosciamo oggi, è sostanzialmente rappresentato dal cosiddetto «vecchio denaro», è ragionevole presumere che la sopramenzionata metamorfosi ha le proprie radici piantate nel passato, ma notevolmente più remoto rispetto all’anno 1913. Per questo motivo, ci sembra opportuno iniziare le cronache del dollaro americano non dal momento in cui ha assunto una nuova qualità (1913 e 1933), ma fin dall'inizio: XVII secolo, l'era della dipendenza coloniale dell’ America dalla Gran Bretagna.

Il periodo dalla comparsa di prime colonie fino alla vittoria nella Guerra per l'indipendenza, per i storici ed economisti neo-liberali, si presenta in forma di “volnitsa” selvaggia. (NdT: con il termine “volnitsa”  (“вольница” rus.) nei secoli passati si definivano gruppi di popolazione di varie origini sociali, prevalentemente contadini fuggiaschi dai poderi feudali, che si stabilivano nei territori confinanti con lo stato moscovita e pretendevano l’indipendenza e libertà)

Spaventa solo il pensiero che in quei anni sul territorio degli Stati Uniti circolavano più di cinquanta (!) varie forme di denaro. In aggiunta alle monete di zecca inglese, francese, spagnola e portoghese, come mezzo di pagamento si accettavano facilmente e naturalmente certificati (scrips), rilasciati da parte delle singole colonie (conseguentemente stati), città e anche dalle grandi imprese. Il valore di questi surrogati monetari cambiava imprevedibilmente e, la cosa più importante, non corrispondeva al vero costo del corrispettivo garante (oro e argento), o addirittura non aveva alcun garante.

La valutazione di questa anarchia finanziaria, che aveva prevalso nel XVII-XVIII secolo sul territorio degli Stati Uniti, rispecchia il punto di vista dei sostenitori di Alexander Hamilton  ed introdotto da lui nel 1791 sistema bancario civilizzato (nel senso europeo) in forma di First Bank of the United States, la prima Banca centrale degli Stati Uniti. In realtà, tuttavia, i certificati coloniali (colonial scrips) , soldi cartacei non sostenuti da oro e argento, ma esclusivamente dall'autorità dei governi locali, per tutta la loro esistenza (52 anni) non ne avevano saputo niente di inflazione e garantivano la stabilità dei prezzi mai vista né prima della loro introduzione, né dopo il loro divieto, imposto dal Parlamento britannico (la cosiddetta Currency Act del 1764).

E’ caratteristico che l'eliminazione dei certificati coloniali e ritornoal nobile prodotto della Banca d'Inghilterra, la sterlina britannica, ha portato non solo il declino della vita economica delle colonie del Nord America, ma era stato in realtà la principale causa della guerra per l'indipendenza.

L’identità rivoluzionaria dei certificati coloniali apparve non tanto nella rinuncia al legame con oro e argento, ma nell’idea di abolire il concetto stesso di prestito bancario all’autorità (governo) sotto interessi, una prassi comune nell’ Europa del XVIII secolo. Assenza del «peso di debito» sulla base del proprio denaro delle colonie dell’America del Nord consentiva alle amministrazioni locali di ridurre le tasse e la concessione di prestiti a bassi tassi d'interesse, che a sua volta ha portato alla fioritura di scambio merceologico e di produzione.

Benjamin Franklin, quale aveva partecipato attivamente nella creazione dei certificati coloniali di Pennsylvania, ha lasciato uno schizzo della situazione economica, che riflette il divieto di emissione dei soldi indipendenti da parte della metropoli: «Le condizioni sono cambiate in modo drammatico, l'era di prosperità istantaneamente se ne andò, e la depressione ha raggiunto proporzioni tali da riempire le vie della città coloniale di disoccupati».

Nel 1776 il padre della scienza economica europea Adam Smith ha scritto con un’aperta ammirazione dei “miracolosi certificati” coloniali: «Il governo della Pennsylvania, ha inventato un nuovo modo di erogazione di prestiti, che, in mancanza di denaro in oro o argento a disposizione, tuttavia, sostituisce completamente le funzioni di denaro. Il governo ha fornito al popolo dei certificati cartacei di credito a percentuale d’interesse e ipoteca sulla terra, che passavano di mano in mano come obbligazioni bancarie (banconote) e si consideravano un mezzo legale per tutte le transazioni. Questo sistema riduceva sostanzialmente la spesa pubblica annuale del governo, e dicono, che la moneta cartacea di Pennsylvania non si era mai svalutata sotto il valore di oro e argento stabiliti nelle colonie prima della sua introduzione».

Rifiuto di legame tra i certificati coloniali e oro o argento si spiegava con un’obiettiva impossibilità di garantire la parità di denaro e il volume di beni e servizi: i metalli preziosi si conservavano oltremare nelle casseforti della Banca d'Inghilterra, che, come si può intuire, non era ansiosa di intensificare il ritmo delle emissioni in proporzione allo sviluppo economico delle colonie del Nord America. Il segreto di successo della valuta locale consisteva, tuttavia, non nel loro status decretato (fiat money), ma nella combinazione di due circostanze: l'eliminazione del “peso debitorio” sopranominato e di un rigoroso controllo delle emissioni. Come aveva confessato Ben Franklin: «Noi nelle colonie facciamo emissione del proprio denaro. Esso è chiamato certificati coloniali. L’emissione avviene nelle proporzioni corrette per le esigenze del commercio e della produzione».

Naturalmente, le banconote cartacee delle colonie del Nord America erano ben lungi dall'essere ideali. Non ci può essere alcun dubbio sul fatto che senza il divieto da parte della metropoli le «giuste proporzioni» nella emissione, prima o poi, si sarebbero distorte a causa di circostanze impreviste, come era infatti avvenuto dieci anni più tardi (1775)  durante la guerra per l'indipendenza.

Il 10 maggio del 1775, durante un incontro segreto del Secondo Congresso Continentale, era stata presa una decisione riguardante l’emissione di «banconote di credito per un importo non superiore a 2 milioni di dollari spagnoli». La necessità di moneta cartacea era sorta ai fini della «protezione d'America», e le «12 colonie si sono impegnate ad accettare la nuova emissione come legale». I nuovi certificati erano stati chiamati «Moneta continentale» (Continental currency)  o abbreviato - «Continentali» (Continentals).

Le turbolenti circostanze di un confronto militare con la metropoli hanno impedito, tuttavia, lo sviluppo favorevole dello scenario: molto presto l’emissione era andata fuori controllo dimostrando alcuni dei più spiacevoli difetti di quei soldi cartacei. Alla fine del 1775 la quantità dei “continentali” stampati superava già di tre volte quella inizialmente prevista (6 milioni di dollari spagnoli), mentre nel 1779, l’emissione baccanale ha raggiunto suo limite: 242 milioni di dollari! L'inflazione ha assunto le dimensioni omeriche: per 100 dollari «metallici» davano gioiosamente 16800 dollari di carta.

Per completare la lista dei problemi la protezione poligrafica dei  «continentali» si era rivelata talmente debole, che i britannici si erano divertiti alla grande nel suo sabotaggio economico, garantendo ai propri macchinari la stampa dei falsi 24 ore su 24. Un tipico annuncio dell’epoca di Guerra per l’Indipendenza (preso dalla newyorkese «Rivington’s Gazette») si presentava così: «Forniamo ai viaggiatori indirizzati verso le altre colonie un qualsiasi numero di banconote false del Congresso a prezzo d'ingrosso di carta. La qualità di stampa è talmente alta, e l’imitazione talmente esatta, che non c'è il minimo rischio di rigetto, tanto più che i nostri prodotti sono praticamente indistinguibili dall’originale. Le banconote debitorie sono state messe da noi in circolazione in volume molto elevato ripetutamente e con successo. Gli interessati possono chiedere Q.E.D. nella Coffee House dalle 11 alle 16 tutti i giorni durante tutto il mese ».

Si ritiene, tuttavia, che il gioco dei «continentali» valse comunque la candela: le colonie non solo erano state in grado di fronteggiare per tre anni il potente impero britannico, ma ne erano anche uscite vittoriose. Il prezzo della vittoria dal punto di vista economico era stato 200 milioni di dollari in forma di banconote di debito, svalutate completamente dall'inflazione e illiquidità.

Se si assume che il desiderio di avere un proprio sistema monetario, in effetti, era stata una delle principali cause di conflitto tra gli Stati Uniti d'America e la Gran Bretagna, la vittoria appare molto meno impressionante rispetto ai successi di George Washington a Trenton e Princeton, se si tiene conto non dell’apparenza, ma del effettivo vettore  di sviluppo del sistema finanziario americano. Così nel 1791 su suggerimento di un grande anglofilo e “casualmente” anche il primo segretario del Tesoro degli USA, Alexander Hamilton, il Congresso aveva volontariamente rinunciato alla propria posizione e ha approvato la creazione della prima banca centrale statunitense,  plasmata con la toccante precisione a immagine e somiglianza della Banca d'Inghilterra.

Esternamente la motivazione di Hamilton aveva un aspetto più che rispettabile: stabilire l’ordine nella vita finanziaria di una giovane nazione, garantire il credito affidabile, che è di vitale importanza per lo sviluppo di industria e il commercio, eliminare le conseguenze inflazionistiche di emissioni incontrollate (e di sabotaggi inglesi) dei «continentali». Per conseguire questi obiettivi si proponeva la centralizzazione delle finanze sotto l'egida di una sola banca in grado di soddisfare e tutelare gli interessi di Stato e di governo. Notevole e convincente.

La furba faccina di un diavoletto si intravedeva soltanto nei dettagli, che descrivevano i meccanismi di funzionamento, e soprattutto, la distribuzione delle proprietà della Banca centrale. Pertanto, il capitale iniziale della First Bank of the United States, su suggerimento di Alexander Hamilton, doveva essere di 10 milioni di dollari. Al governo degli Stati Uniti era riservata una parte da re: 2 milioni di dollari. Unico problemino consisteva nel fatto che il governo non aveva neanche lontanamente i fondi di queste dimensioni! ”Nessun problema”, rispose l’allievo del ministro delle Finanze britannico Robert Walpole, reduce dell'esperienza europea, “questi soldi darà in prestito al governo degli Stati Uniti ... la Banca centrale stessa!” Ovviamente, per un modesto tasso d’interesse, visto che altrimenti non può funzionare in una società civile. Oltretutto, non è necessario restituire il prestito subito. Si può fare anche gradualmente, per esempio, annualmente nell’arco di 10 anni in quote uguali.

I restanti 8 milioni di dollari (e di fatto – tutti e 10, in quanto anche la quota di governo era coperta attraverso un prestito) nel capitale sociale della Banca centrale americana avevano introdotto delle persone private, sotto un requisito necessario proposto da Hamilton di consentire la partecipazione degli azionisti stranieri, non solo i cittadini americani. Perché? Come perché?! Se neanche il governo del giovane stato aveva 20% del capitale sociale, sarebbe mai stato possibile supporre che dei semplici cittadini nordamericani, provvisti di «continentali» per le generazioni a venire, potessero avere da qualche parte per caso 8 milioni di dollari? Inoltre, un'altra condizione indispensabile introdotta da Hamilton per la formazione del capitale sociale della banca centrale era stata la iniezione di almeno un quarto della somma in forma dioro e argento. Esattamente quel oro e argento, con i quali le colonie, come il lettore ricorda, non avevano avuto buoni rapporti.

In breve, l’obiettivo reale (velato da buoni propositi) di creazione della Banca centrale americana, che non può lasciare dubbi (agli occhi dei nostri contemporanei, ovviamente), era il trasferimento del controllo sul sistema finanziario del nuovo Stato al «vecchio denaro» d’Europa, contemporaneamente alla creazione della duratura nel tempo dipendenza dai soldi prestati. Non solo l’amministrazione di George Washington doveva pagare la propria quota per i prossimi dieci anni, ma tutto il successivo processo d’erogazione di credito al governo doveva essere attuato in piena conformità con il British standard: sotto una percentuale!

Onde evitare che il lettore accidentalmente si creasse una falsa impressione che il debito pubblico non pregiudichi in nessun modo la vita dei singoli cittadini, ci affrettiamo a dissipare la pericolosa illusione: il governo, dopo aver ricevuto il denaro della Banca centrale, avendo la mente sana, immediatamente ridistribuì l'onere del proprio impegno tra la popolazione rispettosa di legge. Come? Con l'aumento delle tasse, accise e degli interessi dei crediti al consumo e alle imprese, strumentario vasto e provato nel tempo.

L'onere del debito, imposto al governo di George Washington dalla prima Banca centrale americana, lo stesso Alexander Hamilton propose di alleggerire elegantemente attraverso l'imposizione di tasse sulle importazioni di alcol e aumento delle accise sulla produzione locale di whiskey. Il problema, tuttavia, era che la produzione del superalcolico americano avveniva soprattutto nei stati meridionali, quali immediatamente dopo la firma del Presidente della «legge sulla banca centrale» (25 aprile 1791) avevano iniziato la pluriennale ribellione «Whiskey Rebellion», che gettò le basi per il successivo confronto tra i confederali e unionisti.

Per la grazia finanziaria ricevuta, Alexander Hamilton aveva chiesto giusto un paio di sciocchezze dalla giovane nazione: lo status di natura privata della Banca centrale e un accordo 20-ennale (1791-1811) per il diritto esclusivo alla fornitura finanziaria del governo. In cambio si proponeva il divieto di voto per gli azionisti stranieri e il diritto del Segretario del Tesoro di condurre ispezioni settimanali dei resoconti finanziari della Banca centrale, accompagnato dal diritto di ritiro dei depositi governativi.

Questo ultimo fatto (il controllo del governo), insieme ad un vincolo con le riserve di oro e argento permise di mantenere almeno la visibilità della indipendenza del sistema finanziario negli Stati Uniti alla fine del XVIII secolo.

In paragone alla bottega privata chiusa e subordinata a nessuno come la Federal Reserve System, il frutto di Alexander Hamilton sembra un modello illuministico di umanità.

Di seguito, pur trovandosi nelle circostanze del tutto favorevoli, il vettore di sviluppo della banca centrale, con lo statuto di una società privata, si era definito molto presto: già nel 1796 il governo degli Stati Uniti aveva finito il denaro, e il Congresso in piena concordia ha votato per la vendita della quota di Stato nella propria Banca centrale, che da quel momento aveva cominciato la navigazione indipendente sotto il pieno controllo della «vecchia moneta» europea.

In un primo momento sembrava che il furbo affare di Alexander Hamilton si fosse saldamente radicato nel suolo americano. Nonostante il rifiuto del Congresso di rinnovare l’accordo 20-ennale della Prima Banca centrale nel 1811, cinque anni dopo a sostituirla arrivò una Banca centrale numero 2 (Second Bank of the United States), con tutti gli attributi necessari: gestione privata, finanziamento dello Stato a tassi d’interesse, controllo delle emissioni. Il bambino di James Madison funzionò poco - dal 1816 al 1833 - ma procurando dei molteplici danni: incontrollata e discutibile distribuzione di prestiti, ruolo da protagonista nella speculazione terriera senza precedenti, spostamento della bolla immobiliare su tutta l'economia, e poi, con un improvviso ritiro di tutti i prestiti, ha avviato il «panico del 1819». Nonostante il fatto che verso la fine della sua esistenza la Banca centrale n.2 era discesa definitivamente verso il furto e la corruzione, il presidente Andrew Jackson ha dovuto sudare abbastanza per chiuderla. Due segretari del Tesoro, erano stati licenziati uno dietro l’altro per aver rifiutato di ritirare i fondi federali dal deposito della banca centrale, e solo il terzo nominato - Roger Thain – aveva avuto sufficiente coraggio civile da eliminare la “mangiatoia” di Filadelfia.

Dopo lo scioglimento della Seconda Banca degli Stati Uniti è arrivato un lungo periodo di esistenza libera (il cosiddetto Free Banking Era: 1837 - 1862), durante il quale il paese faceva benissimo senza alcuna Banca centrale. La guerra civile ha portato ad una rinascita della tradizione di emissione monetaria non  soggetta a un interesse di credito, ed effettuata dello Stato senza una mediazione privata.

In estate  del 1861 il Presidente Lincoln si rivolse al settore bancario per un prestito a tasso agevolato per finanziare l'esercito e le esigenze militari. Il settore bancario aveva risposto con entusiasmo: 24 - 36% all'anno e nessun problema! La reazione di Lincoln era stata ammirevole per la prole: rifiutando prestiti privati, il presidente fece passare tramite il Congresso (legge del 17 luglio 1861) l’emissione delle “banconote del Tesoro” (popolarmente - greenbacks, «dorsi verdi»). Nonostante il fatto che i «dorsi verdi» era il classico denaro da decreto, completamente esente da qualsiasi obbligo creditizio o debitorio, nella situazione di ondata di patriottismo, essi fronteggiavano meravigliosamente la funzione di «mezzo di pagamento legale» e avevano permesso agli unionisti a far quadrare il bilancio nella loro opposizione ai confederati. In totale, durante il periodo da agosto 1861 ad aprile 1862 l’emissione di «dorsi verdi» aveva raggiunto 60 milioni di dollari, senza alcun segno d’inflazione e di destabilizzazione del sistema finanziario. L'unica parte lesa era quella dei «vecchi soldi» e di circoli bancari interessati a prestiti sotto una percentuale.

L'idea di soldi decretati indipendenti e liberi dal debito, a quanto pare, era piaciuta agli americani, e in seguito a «banconote del Tesoro» era immediatamente avviata l’emissione di «Banconote del mezzo di pagamento legale» (Legal Tender Notes), che a differenza di «dorsi verdi» erano stati slegati dallo standard d’oro/argento.

Più avanti il sistema finanziario è stato semplificato dalla«Legge sul sistema bancario nazionale», quale in tre edizioni (l'ultima era del 3 marzo 1865), stabiliva un sistema di banche nazionali, sotto la supervisione del Ufficio del Controllore della moneta (Office of the Currency Controller, OCC). D’ora in poi, 1644 banche nazionali (ottobre 1866), pur finanziando il governo sotto interessi, lo facevano in cambio d’acquisto dei titoli dello stesso governo (obbligazioni federali). E tutto questo,  attenzione(!),  senza il minimo accenno ad una Banca centrale  privata.

Una politica monetaria nazionale indipendente degli Stati Uniti è durata quasi cinquanta anni, fino alla controrivoluzione della Federal Reserve System nel 1913.

(continua)


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*Maya (sanskr.) - l'illusione della realtà, uno dei fondamentali concetti della filosofia indiana antica del Vedanta. Moolah (slang amer.): dollari, denaro, grana.

- Indice di iPod nel 2006, è stato introdotto dalla banca d'investimento australiana Commonwealth Securities.

- Per la purezza d’esperimento, ho deliberatamente conservato  strumentario dell'originale (monetarismo americano) e opero con le categorie di così caro al cuore  neo-liberale Ludwig von Mises.

- Catabasi (greco) - rituale di discesa del sacerdote nella grotta, che simboleggia la discesa agli inferi, il regno dei morti.

- A dicembre del 1776  (Trenton) e a gennaio del 1777 (Princeton), George Washington sconfisse le truppe britanniche in capo a  William Gow.

- La Seconda Banca degli Stati Uniti è stata istituita da James Madison a Filadelfia.



Continua



Fonte: http://internettrading.net/college/newsletters/06142009.html
Tema: Denaro: presente e futuro | Aggiunto: (14.07.2009) | Autore: Sergei Golubitskiy
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